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Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio
analisi di eventi ed esistenti


Estremi che si toccano di Roberto Bernabo'
| Titolo originale: | Il regista di matrimoni |
| Nazione: | Italia, Francia |
| Anno: | 2006 |
| Genere: | Commedia |
| Durata: | 107' |
| Regia: | Marco Bellocchio |
| Sito ufficiale: | |
| Cast: | Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni |
| Produzione: | Eurimages, Film Albatros, Rai Cinema, Dania Film |
| Distribuzione: | 01 Distribution |
| Data di uscita: | 21 Aprile 2006 (cinema) |
Interpreti e personaggi
| Silvia Ajelli | .... | Gioia Rottofreno |
| Bruno Cariello | .... | Enzo Baiocco |
| Corinne Castelli | .... | Sara |
| Sergio Castellitto | .... | Franco Elica |
| Gianni Cavina | .... | Regista Smamma |
| Maurizio Donadoni | .... | Assistente Micetti |
| Donatella Finocchiaro | .... | Bona di Gravina |
| Sami Frey | .... | Principe di Gravina |
| Simona Nobili | .... | Maddalena Baiocco |
| Aurora Peres | .... | Sposa |
| Claudia Zanella | .... | Chiara Elica |
| (more) | ||
Sola me ne vo per la città
passo tra la folla che non sa
che non vede il mio dolore
cercando te, sognando te, che più non ho.
Ogni viso guardo e non sei tu
ogni voce ascolto e non sei tu
Dove sei perduto amore?
Ti rivedrò, ti troverò, ti seguirò.

Devo riconoscere che è raro che esca dal cinema completamente appagato. E' una vecchia storia e, chi legge il mio blog, lo sa.
Ma questa volta è stato esattamente così.
Adoro i film in cui tutto è costruito con maestria, con desiderio di stupire. Con il gusto per l'immagine evocativa, con la dualistica significanza di certi eventi a di certi esistenti.
Ma, come mi piace dire, procediamo con ordine.
Analisi di eventi ed esistenti
Allora abbiamo un regista, forse un alter ego di Bellocchio, che alla notizia che la figlia sposerà un cattolico neocatecumenale entra in una profonda crisi spirituale e d'ispirazione. Proprio mentre sta realizzando provini per un film su "I promessi sposi".
Per cercare di ritrovarsi decide di trasferirsi a Cefalù.
Qui il film prende una deriva che non è azzardato definire buñuelliana.

Da questo momento Franco Elica, un nome sicuramente non scelto a caso, di vaga ispirazione futurista, interpretato, direi abbastanza bene, da un abbastanza bravo Sergio Castellitto (mi perdonerete l'allitterazione ma non ne sono proprio convinto al 100%), inizia una sorta di peregrinazione all'interno di una strana sfida, che trasla l'opera di Bellocchio su di un complesso piano metalinguistico del film nel film.
Pare, perlatro, dalle dichiarazioni dello stesso regista, che l'idea del film sia nata proprio assistendo ad una scena simile a quella inserita all'inizio di questo post.
Insomma Elica, regista affermato, si ritroverà alle prese con la direzione di un film per il matrimonio, sempre di una figlia, ma non la sua, quella di un nobile decaduto di Cefalù, tale principe di Gravina, costretto a darla in sposa ad una famiglia non nobile ma ricca, per salvare il decoro e l'economia del casato.
A cosa si allude?
Probabilmente alle borghesi e finte consuetudini di certi ambienti culturali italiani.
Ora il piano in cui si trasla il film, in questa trasognata Cefalù, è quasi surreale, arrivo a dire metafisico, ma si.

Surreale ne è l'ambientazione emotiva, un regista in fuga da se stesso, ed addirittura sotto la possibile minaccia di una denunzia ingiusta per presunti abusi sessuali.
Surreale è la situazione in cui si trova.
Girare un film dilettantesco in digitale per un matrimonio.
Onirico e vagamente allegorico è lo svolgersi della trama.

I cani che custodiscono Bona, la figlia del Principa di Gravina, ad esempio, i dobermann, con i quali Elica entra in empatia parlando in tedesco, sono al tempo stesso l'evoazione simbolica di un impedimento, così come i cancelli della villa, e la realtà fenomenica della personalità artistica del regista.

La bellissima principessa Bona di Gravina - una bravissima e suducente Donatella Finocchiaro - che appare e scompare in un ambiguo giuoco di visioni, non è forse l'evocazione dell'amore, di quell'amore tanto più vero, perchè non raggiunto mai completamente?
Cosi come suggellato dalla canzone (In cerca di te) del finale.
Ma non è forse, anche, un'allusione allegorica all'opera artistica ed alla sua ispirazione?
Perché attenzione Bellocchio non gira un film sull'amore.
Ne "Il regista di matrimoni" egli mette molto di più.
Giudica l'Italia del cinema e non solo.

Personaggi come il regista Smamma (forse un altro alter ego?), un invecchiato ma sempre bravo (lui si) Gianni Cavina - che vive nascosto in una grotta, lasciando credere di essere morto per poter, finalmente, essere consacrato al David di Donatello - sembrano esistere solo per ridicolizzare, e rendere paraddossali, le cosmogonie segrete che si celano nel mondo del cinema italiano, più simile, nella onirica visione del regista, ad un loggia massonica che ad un gruppo ispirato di artisti. E qui non è difficle leggere dei chiari ed espliciti riferimenti alla sofferenza di Bellocchio per i mancati riconoscimenti festivalieri della sua opera, anche se, come egli stesso ammette, il suo cinema resta lo stesso, ed un regista non gira film per vincere premi. Sante parole.
L'ultimo esistente, non meno buñuelliano, anzi, è il nobile Principe di Gravina, vero e proprio deus ex machina dell'opera metalinguistica del film nel film.

Interpretato da un bravissimo ed incisivo Samy Frey.
E' lui che invita Elica ad assumere la direzione del film sul matrimonio della figlia, è lui che lo spia, ed è forse anche lui che lo spinge, quasi inconsciamente, ad innamorarsene, divorato dai sensi di colpa.
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In Italia comandano i morti
Questo è uno dei messaggi verso l'alto del film.
Evocazione di neanche tanto vago sapore esoterico, sottolineata da alcune sequenze di grande effetto, come la croce di fuochi d'artificio che prima s'illumina e poi, lentamente, si spegne, scomparendo anch'essa, proprio come lui, nella notte agitata del regista Smamma.
Certo a chi non è venuta in mente l'elezione del presidente del senato quando Giulio Andreotti andava a votare?
O certo cinema che viene rivalutato, da un'Italia coccodrillo, solo dopo la morte del suo autore.
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Una struttura dualistica in cui gli estremi si toccano
Ma quello che m'interessa sottolineare in questo post è che ogni micro bit narrativo racchiude una significanza duale.
Il matrimonio, ad esempio, è visto, al tempo stesso, come fine di una condizione ed inizio di un'altra.
Simile, in questo, al funerale, come ci ricorda proprio il Principe di Gravina.
Ed ecco che a suggello di questa dualistica struttura narrativa, Bellocchio gioca, con maestria, su di un parallelo piano dualistico formale e significante: quello del rapporto tra digitale e 35mm.
Mentre in 35mm è girata la vita vera, nel digitale troviamo l'intenzione artistica.

Quasi a sottolineare l'impossibilità, del nostro cinema:
ad esprimersi artisticamente secondo i canoni tradizionali.
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I piani dello sviluppo del conflitto
Credo, peraltro, che il finale del film, nel quale il regista Elica sembra quasi fuggire dall'amore per Bona (o è il contrario?) evochi il rapporto tra il regista (Bellocchio) ed il successo della sua opera.
In questo senso vedo lo sviluppo del conflitto essenzialmente basato su questi piani.
Uno intrapersonale.
Che è agevole ritrovare un po' in tutti gli esistenti.
In Elica, divorato dalla crisi creativa e dalla paura di abbandonarsi al nuovo amore.
In Bona di Gravina, divisa tra la pulsione verso la sua emancipazione artistica, e la lealtà verso la famiglia ed il padre.
Nel Principe di Gravina, in totale empasse tra i sensi di colpa verso la figlia, il matrimonio di convenienza in cui tenta di costringerla, e l'onore che sente di dovere al suo passato.
Ma esiste anche un secondo piano dello sviluppo del conflitto, più nascosto.
Un piano etico.
Ed è quello che ritroviamo tra gli esistenti e l'arte cinematografica istituzionale.
Non è l'assistente Micetti di Elica, roso dall'invidia, ad esserne la prima vittima?
Non è forse lo stesso Elica a trovari in crisi creativa perché costretto a girare, suo malgrado, l'ennesimo film su "I promessi sposi", pur non sentendolo più nelle sue corde?
E non lo ritroviamo infine, più esotericamente, agito nell'esistente del regista Smamma, che si finge morto solo per trovare i giusti riconoscimenti da un'Italia culturale non disposta a valorizzare le voci fuori dal coro?
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La risoluzione e la catarsi
Il regista Enzo Baiocco, incompetente sul montaggio, ma carico di un desiderio puro di filmare, rappresenta l'ecocazione dell'anima di un'arte che non è più.

Un'anima appassionata ed assoluta proprio come il bacio che si scambiano Bona ed Elica, nella loro impossibile storia d'amore, impossibile non meno di quella tra l'Innominato e Lucia nei Promessi Sposi (altra allusione alla staticità culturale del paese), frutto solo delle immaginazioni giovanili di Bona.
Un'anima che, ahimé, non è più (come l'amore della canzone del finale "In cerca di te"), comunque, nei luoghi dove dovremmo incontrarla.

Ma perduta in una Sicilia quasi fuori dal tempo, un luogo altro come il sud, in cui tutto è ancora possibile.
Ritrovare l'ispirazione, innamorarsi, impedire un matrimonio di convenienza e vincere, seppur da morti, il David di Donatello.
Un tag e una ricerca
Marco Bellocchio; Il regista di matrimoni.
Multimedia
Qui Marco Mellocchio da Cannes al microfono di Chiara Ugolini, grazie a Capital news ed a KataWeb.
Curiosità cinefile
La canzone che chiude il film è ribaltata al femminile.
In cerca di te - forse più conosciuta per le parole con cui inizia la strofa "Solo me ne vo per la città…" - è una bellissima canzone risalente al 1945 scritta da Eros Sciorilli. Potrebbe essere interessante ascoltare la versione cantata da Ernesto Bonino, uno degli esponenti principali di quel fenomeno musicale denominato Swing Italiano, insieme a Natalino Otto, Alberto Rabagliati ed il Trio Lescano.
Per saperne di più cliccate qui qui.
La potete ascoltare qui nella versione di Nella Colombo (1945).
Accoglienza a Cannes
Sono lieto di integrare questo post, oggi domenica 21 maggio, per annunciare che il film di Bellocchio ha avuto una splendida accoglenza a Cannes. In verità "Anche Libero va bene" di Kim Rossi Stuart pure.