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Vogliamo anche le rose - di Alina Marazzi
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo


La ri-lettura poetica dell'emancipazione femminile e della rivoluzione sessuale in Italia - a cura di Roberto Bernabo'

Conclusioni
2. Eventi ed esistenti
2.1 Accuratezza nella raccolta della documentazione e nell'analisi e selezione del frutto della ricerca
La prima cosa che ho pensato vedendo questo film è che Alina ha una cura veramente assai notevole e sensibile e quasi maniacale nella raccolta dei materiali frutto della ricerca che lo stile documentarista delle sue opere esige.
Ma seppure Alina si avvale, come ho messo in evidenza nell'ampia raccolta dei collaboratori di questo film, di bravissimi ricercatori, è evidente che i reperti da questi raccolti vengono poi da lei letteralmente passati al setaccio.
Qui mi viene in mente André Bazin - il fondatore della celeberrima rivista "Les cahiers du cinéma" - quando diceva che la realtà, da sola, non ha alcun senso. Ciò che da un senso, una prospettiva storica agli eventi, che si limitano ad accadere, è appunto lo storico e, più di lui, il documentarista.
Il documentarista seleziona, taglia, accosta, separa, raccorda, crea assonanze e dissonanze. Costruisce insomma. Un documentario, in genere, è un'opera di lenta costruzione proprio come quella dell'amore cantato da Ivano Fossati nella sua celebre ballata.
Ecco una cosa che ammiro in Alina è l'assoluta mancanza di fretta nel costruire i suoi mediometraggi, mancanza di fretta che suggella, invece, la qualità che emerge in ogni frammento della pellicola. Uno stile che potremmo definire slow film. In questo caso il lavoro di ricerca e di montaggio è durato ben due anni, per dire.

2.2. Ri-lettura poetica
Mentre assistevo alla proiezione di "Vogliamo anche le rose" mi sono venute in mente due parole. Ri-lettura e poesia. Che rissunte in un unico concetto diventano: ri-lettura poetica.
Ri-lettura
Nessun altro termine è, a mio parere, più appropriato per descrivere il senso della storia degli esistenti narrati nel film.
I tre racconti dei tre personaggi cornice di Anita, Teresa e Valentina, progressivi nel tempo, sono, infatti, tratti dai loro diari, messi a disposizione di Alina dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale Pieve Santo Stefano.
E le voci narranti fuori campo delle attrici che le impersonano, quelle di: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti, che probabilmente sono le stesse autrici dei testi, vista l'identicità dei nomi, non fanno altro che, appunto, ri-leggere i loro diari.

E già in questa prima accezione del termine ri-lettura, quasi letterale, mi viene in mente, peraltro, un collegamento che mette in una relazione di contiguità il diario, la forma diaristica scritta, e la forma filmica del documentario. Ne accennai già in occasione del reading di Nanni Moretti del diario di Caro Diario a cui assistetti al cinema Nuovo Sacher di Roma in occasione della nuova uscita nelle sale della sua pellicola Ecce Bombo. Qui il post che scrissi per l'occasione.
Come sostiene, infatti, Duccio Demetrio (ordinario di Filosofia dell’educazione all’Università di Milano-Bicocca e autore di testi sul ruolo formativo dei diari), la scrittura diaristica aiuta a fare chiarezza dentro di sé, perché induce a riflettere sul proprio mondo interiore, rende più ordinati e precisi i pensieri.
La vera azione demiurgica è quella che il diarista, compie analizzando criticamente anche se stesso. E' l'azione maieutiuca che deriva dal guardare se stessi e la propria vita, e la propria opera esistenziale, da un'angolazione diversa, la vera rivoluzione esperenziale che consente all'individuo diarista una crescita che muove le più profonde azioni evolutive.
E se questo vale per la scrittura, vale, probabilmente elevato a potenza, per la sua ri-lettura in chiave filmico documentarista.
Forse è anche così che si diventa intellettuali.

Ed, in questa seconda accezione, il termine ri-lettura deve anche essere considerato quale tramite tra gli eventi di circa quaranta e cinquanta anni fa, la loro riproposizione nelle immagini che Alina ha selezionato, ed il significato che quelle stesse immagini, quelle stesse parole hanno oggi.
Ed è probabilmente questa seconda ri-lettura che ha mosso le intenzioni di Alina Marazzi, anche in considerazione della contiguità che le stesse hanno con l'ipotetico prosieguo della vita di sua madre.
Ed anche in questa pellicola questa complessa opera di recupero e di documentazione viene svolta con molta discrezione, cercando solo di far parlare le parole e le immagini, senza suggerire, necessariamente, una posizione, ma aiutandola, semmai, a venire fuori per quella che è, dal punto di vista emotivo, proprio grazie alle integrazioni visive e sonore degli inserti aggiunti da Alina e montati, con la maestria che avevamo già apprezzato in "Un ora sola ti vorrei", dalla bravissima Ilaria Fraioli.
Poetica

In questo collage che Alina fa delle tre storie, inframezza il racconto, che è quasi un sottofondo prevalentemente sonoro, con immagini di repertorio amatoriali (in super8), televisive, fatte ad esempio di:


2.2. Lasciare poeticamente la parola alla documentazione
I fatti narrati descrivono, e mi rendo conto solo ora di non averlo ancora detto, i 20 anni che hanno determinato l'emancipazione delle donne in Italia e la loro lenta e progressiva conquista della parità con l'uomo, nonché quella che è passata alla storia come la "rivoluzione sessuale".
Con tutti questi inserti, questa scelta delle immagini che accompagnano il racconto o che lo spezzano, Alina trasla la narrazione soprattutto filmica, su un piano visivo che richiama i concetti di:
Un collage delicato, rappresentato con cura ed amore per "il senso emotivo della verità", si credo che esista una verità emotiva che solo le immagini possono evocare assai più delle parole.
Un film decisamente intimista come lo era "Un'ora sola ti vorrei", poeticamente declinato al femminile, non a caso è uscito nelle sale il giorno prima l'8 marzo, in cui, però, non c'è spazio per una proposizione di una verità altra, che non sia quella che solo lo spettatore può farsi durante le sensazioni e le emozioni che individualmente vive durante la proiezione della pellicola.

Non vi è, cioè, alcun tentativo d'indottrinamento, se non quello di condividere la prospettiva di chi documenta. Quasi come se lo spettatore fosse più parte di chi documenta che di coloro che sono intervistati.
Prospettiva, che lascia, peraltro, magari proprio per questo, un interrogativo che credo tutti coloro che, come me, hanno in parte vissuto quegli anni, si sono posti durante il film: "Cosa è diventato (o dove è andato a finire) oggi, tutto quel patrimonio di lotte, di conquiste fatte da quelle donne, di cui le tre citate non sono che un emblema, dal loro coraggio, dalle loro visioni anticipatrici?
Una su tutte è quella del racconto dell'aborto di Anita che arriva, ad esempio, in tutta la sua crudezza ma, al tempo stesso, in tutto il suo contenuto ideologico e di presa di coscienza, probabilmente evocativa di certe scelte legislative.
Domanda alla quale, volutamente, non mi rispondo perché il senso del film è, semmai, più porre interrogativi, che fornire risposte.
3. Esistenti
3.1. La congiunzione formale e cronologica ad "Un'ora sola ti vorrei"

Gli eventi del film, curiosamente, come la stessa regista ha spiegato, partono proprio dagli anni successivi alla morte della madre Lisely Hoeply, quasi a riprendere le fila di un discorso interrottosi con la fine di quel primo film, come se Alina volesse ulteriormente indagare il mondo in cui la madre avrebbe potuto vivere.
Proprio come "In un ora sola ti vorrei" si parte dalla ricerca di un punto di vista individuale.
Non necessariamente, in questo caso, totalmente emblematico, ma è proprio in questa visione sofferta degli esistenti, scelti da Alina per descrivere quegli anni, che intravedo una sorta di analogia tra questi e la Lisely di "Un'ora sola ti vorrei".
Una supposizione ovvio, ma non tanto peregrina, considerando l'enorme quantità di materiale supervisionato dalla regista.
Quasi come se Alina avesse cercato testimonianze tormentate di quegli anni, che invero racchiusero anche molta spensieratezza e gioia, e qui si ritorna sul piano onirico e psicoanalitico del film, per leggere in quelle storie, non svelata, l'anima della madre morta suicida, l'ipotesi di un suo personale possibile percorso esistenziale altro.
La Lisely Hoeply del film "Un'ora sola ti vorrei", infatti, ci apparve come una donna ribelle, refrattaria alla mentalità borghese, proprio come le tre donne di questa nuova opera.
3.2. L'importanza del sonoro nel montare i super8 al cinema
Merito frequentemente poco visibile allo spettatore è inoltre l'opera di costruzione di una traccia sonora completamente assente ad esempio in tutti i reperti amatoriali girati in super8 ed invece montati unitamente a rumori ed inserti sonori che solo uno spettatore attento e competente intuisce come aggiunte.
La coerenza complessiva dell'output e la restituzione di questa chiave onirica che ho citato nel post è molto legata a questa opzione sonora nel visivo. Quasi come se la realtà della ri-lettura di Alina fosse racchiusa, anche, in quello che ascoltiamo durante l'opera della visione.
Un'operazione quasi alchemica che aggiunge, che penetra, che integra e completa una verità girata molti anni prima con sonorità postume, ma al tempo stesso autentiche rispetto al senso delle immagini. E qui ritengo che il merito debba essere condiviso con la bravissima montatrice del suono: Francesca Genevois.
In questo specifico aspetto l'opera va considerata come espressione di un'eccellenza assoluta di questa meta competenza comunicativa, anche questa caratterizzante uno degli elementi dello specifico filmico della regista milanese, e che suggella la grande cura per il particolare e la raffinata sensibilità artistica di un'autrice che ritengo, a questo punto, assolutamente da seguire nell'evoluzione di questo suo personalissimo percorso.
E mi fa piacere riferirmi anche, in questo contesto, alle scelte svolte per l'accuratissima colonna sonora.
Personalmente ho molto apprezzato la citazione di Ennio Morricone e Joan Beatz di Here's to you tratta dal celeberrimo film sui due anarchici Sacco e Vanzetti: peraltro in una versione instrumental, tratta dalla colonna originale del film, senza parole che io invece voglio ricordare:
Here's to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!
3.3. Un linguaggio filmico psicoanlitico, emozionale che ricrea le sensazioni del caleidoscopio ed al tempo stesso del mosaico
Mi rendo conto che molto ho già detto riguardo le chiavi oniriche psicoanalitiche che affiorano nella pellicola, anche aldilà dei riferimenti espliciti alle psicoterapie di gruppo o alle sequenze che documentano alcuni gruppi di auto-coscienza, tipici degli anni della narrazione.

Faccio riferimento al caleidoscopio per l'effetto percettivo che creano:
Tutto questo continuo movimento visivo, infatti, mi ha ricondotto alla mente il caleidoscopio con il quale si gioca da bambini, dove basta girare lo strumento e guardare dentro il buchino per vedere una forma sempre diversa frutto della composizione a specchi della stessa.
E che cos'è un questo documentario se non uno specchio, coloratissimo, di una parte di una verità.
Il riferimento al mosaico è invece afferente a quella componente di progressiva costruzione intellettuale che riconosco come un'abilità specifica del cinema di Alina Marazzi.
La sue sono pellicole di testa e di cuore, ed il risultato finale del film, quando scorrono gli interventi legislativi frutto di quelle contestazioni, di quelle ribellioni, di quelle sofferenze, di quelle visioni anticipatrici dei tempi, sono la parte più intellettuale del film nella piena accezione del termine.
E tutte le sequenze cui abbiamo assistito diventano come tanti tasselli di un unico onirico mosaico che Alina ha composto per noi.
Un mosaico che, proprio come l'opera d'arte che suggerisce, non si propone di esaurire il tema ma esclusivamente di evocarlo poeticamente appunto.
4. Conclusioni
Concludo dicendo che Alina Marazzi è, a mio modo di vedere, l'inventrice di un genere che è sicuramente basato sul documentario, al quale però la regista milanese aggiunge, più ed oltre la ricerca di una verità, una personalissima chiave emotiva, in parte anche scorrelata da tale ricerca ed, al tempo stesso, intimamente evocativa della stessa.

E' forse questa sua faziosità personale - che affonda le radici nella sua travagliata crescita ed evoluzione psichica, molto legata agli eventi drammatici che l'hanno formata, e collegata, di conseguenza, al suo punto di vista emozionale che si trasferisce, quasi come in un transfert, al point of concentration dei suoi esistenti, faziosità sempre necessaria, intendiamoci, al documentarista che deve, per esigenza, dare una prospettiva di parte agli eventi, come ricordava il già citato André Bazin - che caratterizza il cinema di Alina Marazzi, che si sostanzia in una ricerca, non solo e non tanto, di una prospettiva storica, quanto, piuttosto, di una prospettiva emotiva ed introspettiva.
Insomma credo si possa ritenere questo il tratto distintivo, la cifra individuale, l'intima essenza della sua opera, il segno più significante del suo specifico filmico.
Il film è stato presentato ai Festival di Locarno e di Berlino.
Ne consiglio vivamente la visione in sala. So che presto usciranno un libro ed un DVD di questa opera, che sicuramente farò miei.
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Alina Marazzi ed il mio post su "Un'ora sola ti vorrei".