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Michelangelo Antonioni
Il regista dell'incomunicabilità dell'anima, della nevrosi e della fragilità sentimentale dell'uomo moderno.
- a cura di Roberto Bernabo'


Ma noi sappiamo che sotto l'immagine rivelata ce n'è un'altra più fedele alla realtà e sotto quest'altra un'altra ancora, e di nuovo un'altra sotto quest'ultima, fino alla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai".
Michelangelo Antonioni
In questo post:
1. Amarcord
2. Il regista dell'incomunicabilità dell'anima
3. Il regista dell'unicità riconciliante gli opposti dualistici
4. Il regista dell'uomo moderno
5. Le riflessioni continue sul cinema e sul suo ruolo
6. Le mie letture di lui e su di lui
7. Appendici: filmografia, premi e riconoscimenti
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1. Amarcord
A me piace ricordarlo così. Con questa immagine di uomo solitario, schivo, consapevole dei limiti dell'essere umano, della fragilità dei suoi sentimenti.
In questo momento lo sento così affine a me.
Così come quando la visione di alcuni suoi film cambiarono in maniera determinante e definitiva il mio modo di vedere il cinema.
Di concepirlo arrivo a dire.


Iniziò sin da piccolo in un'arena estiva dove, con mia sorella e poche lire, comprai il biglietto per "Professione Reporter" il film che poi seppi a cui lui era maggiormente legato.
Avrò avuto quindici anni (la pellicola uscì nelle sale nel 1975) o poco più e potete immaginare il mio stupore nell'assistere a quella proiezione, eppure chissà già da quei fotogrammi cominciò, quasi inconsciamente la mia passione per il cinema.

Crescendo ho praticamente acquistato, e quindi visto, più e più volte, come dire l'opera omnia di questo grande regista che come pochi altri (chessò Roberto Rossellini, Federico Fellini, Elio Petri, Marco Ferreri e forse Giuseppe Ferrara) resta un cineasta con una cifra unica.
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2. Il regista dell'incomunicabilità dell'anima
Nessun regista si è mai avvicinato alla prospettiva intimista ed interiore di Michelangelo, in Italia almeno.
Antonioni è come se fosse stato ossessionato dall'idea di doversi, e di dovere liberare il suo cinema dagli stereotipi imposti dal modo di concepire l'opera cinematografica negli anni in cui egli stesso la iniziò.
Avvertì come l'urgenza di trovare uno, cento, mille nuovi modi di raccontare - attraverso principalmente la macchina da presa - le nevrosi, le psicopatie, le vacuità e sicuramente la fragilità sentimentale dell'uomo moderno.
Nulla nel suo cinema richiama le consuetudini cinematografiche della sua epoca, pochi viceversa, come lui, seppero descrivere con infinito gusto per la bellezza in ogni sua umana e naturale manifestazione, del mistero, con un alone fitto di angoscia, le disperate peregrinazioni dell'animo umano.
Se potessi usare una sola immagine per riassumere la sua più intima intenzione artistica, direi che Michelangelo ha tentato, non so quanto consciamente o quanto inconsciamente, di catturare, con la sua cinepresa, l'anima.
Il regista dell'anima lo definirei, insomma.
Poi cos'altro.
Si è parlato a lungo dell'incomunicabilità.
Antonioni = Il regista dell'incomunicabilità.
Anche ammesso che ciò sia, come Italo Calvino nelle sue "Lezioni Americane" direi che egli fu talmente bravo a comunicare l'incomunicabilità che l'equazione abusata fino all'inverosimile, alla fine, finisce addirittura per ribaltarsi.
Ed io, infatti, non saprei se questo appellativo sia esaustivo per descrivere il senso di quello che egli fu e che ha rappresentato con il suo cinema. O meglio con la sua arte.

Ma non saranno state, piuttosto, alcune frequentazioni, le strade, i palazzi della città di Ferrara con i suoi campi lunghi, i suoi portici, dove è nato e dove verrà seppellito, certe sue atmosfere, la nebbia, una indiscutibile fascinazione per ciò che è nascosto più che da ciò che è rivelato, a determinarne certi radicamenti formali?
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3. Il regista dell'unicità riconciliante gli opposti dualistici
In questo lo definirei piuttosto il regista dell'unicità.
Dell'uno che esiste in quanto tentativo di riconciliare gli opposti dualistici.
Bene e male, amore ed odio, passione e disincanto.
Non si può negare, peraltro, che la sua ossessione per i documentari la ricerca di una verità superiore in qualche modo ci conduca verso questa chiave di lettura.
Ma l'altra, meno filosofica ed esoterica chiave di analisi, è forse racchiusa in una profonda riflessione che, come regista, ha svolto in tutta la sua vita.
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4. Il regista dell'uomo moderno
Comprendere, anche attraverso l'utilizzo della macchina da presa, l'angoscia esistenziale dell'uomo moderno.
Antonioni resta il regista più moderno che descrive, come mai nessuno prima, la modernità di certe situazioni.
I suoi eventi ed i suoi esistenti muovono sempre da input moderni, superflui, fatui, disperati, fragili, inappagati e inappaganti, alla ricerca di qualcosa che non c'è lì in quel momento.
Determinante in questa spinta, che non è arduo definire rivoluzionaria, per certi versi, è stato l'avvalersi di uno sceneggiatore come Tonino Guerra che sapeva fornire quel materiale spirituale a cui poi il maestro dava corpo. Dava luce. Dava azione ed anima.







Pellicole come "Il grido", "L'avventura", "L'eclisse", "Deserto Rosso" e poi ancora "Blow up", "Zabriskie Point", "Identificazione di una donna" rimarranno tutte un percorso rigoroso alla ricerca di qualcosa.

Ma anche l'aver diretto pellicole come "Le amiche" tratto da un romanzo di Cesare Pavese dovrebbero dircela lunga su ciò che mosse all'azione il regista di Ferrara.
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5. Le riflessioni continue sul cinema e sul suo ruolo
A ben vedere sono pochi i cineasti che, come Michelangelo Antonioni, raggiungono un così elevato grado di consapevolezza sul mestiere di fare cinema.
Tutta la vita professionale di questo regista, le cose che girato, quelle che ha scritto, testimoniano che in lui era in atto una continua riflessione tra la realtà, il media cinepresa e arrivo a dire anche la macchina fotografica.
Non è da considerare un caso che sia in "Professione Reporter", che in "Blow up" i due esistenti protagonisti siano dei fotografi professionisti.
Persino nel personaggio cornice di "Aldilà delle nuvole", il regista alter ego di Michelangelo, scatta continuamente foto.
E' evidente che la riflessione coinvolge, apparentemente, solo due elementi.
La realtà fenomenologica, quella che accade indipendentemente dalla macchina fotografica o da presa, e la realtà che rimane come dire catturata dal mezzo meccanico.
In "Blow up" Antonioni indaga a fondo la mistificazione di questo rapporto, aggiungendo la sua macchina da presa, filmando, forse anche per comprendere e distinguere egli stesso come il suo esistente, che cosa è vero da che cosa è rappresentato, impressionato come si usa dire.
Ed ecco che la realtà vissuta dal fotografo non coincide con la realtà vissuta dal mezzo. Intuizione assolutamente geniale non c'è che dire.
Il mezzo cattura una realtà altra, non conoscibile se non attraverso le sofisticazioni dello sviluppo e della stampa, una realtà tremenda misteriosamente svoltasi sotto i suoi occhi, ma da lui non percepita.
Ecco quindi che il mezzo meccanico diventa anche strumento di percezione.
Ma poi, quanto più il fotografo amplifica il dettaglio reale, ecco che lo stesso si deforma, si sgrana come si dice in gergo.
La realtà conoscibile diventa nuovamente finzione fino al punto che il fotografo deve nuovamente recarsi nel parco per conoscere direttamente, attraverso la sua esclusiva esperienza percettiva, non più filtrata dal media, la verità.
Verità che viene prima confermata, perché egli trova il cadavere, e poi smentita perché, in un successivo sopralluogo, egli non lo troverà più.
Le ibridazioni, i ribaltamenti diventano a questo punto quasi ossessivi ed ossessionanti.
E credo questo sia una prova di quanto complessa e travagliata fosse, dentro di lui, la dinamica divinatoria dell'immagine filmata.
Antonioni non ha mai smesso di riflettere su questo complesso rapporto.
E non è un caso che intervistato prima dell'uscita del film "Blow up" egli affermasse che non sapeva dire di che cosa parlasse la pellicola perchè lui doveva ancora montarla.
E già perché è proprio nell'operazione di montaggio che spesso il regista trova quel senso che nelle riprese era solo intuito, vagheggiato, ricercato.
E solo parzialmente registrato.
Nel montaggio Antonioni faceva i conti con i limiti dell'arte cinematografica.
Le riprese non più possibili, ma grandezza data, dovevano comunque fare scaturire l'opera.
Io ho amato così tanto Antonioni perché nessun altro regista mi ha così fortemente sollecitato emotivamente ed intellettualmente e sicuramente artisticamente come lui.
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6. Le mie letture di lui e su di lui
Per tentare di avere altre chiavi di lettura del cineasta comprai una quantità di libri scritti da lui o per lui.
Come "Sul cinema", o come "I film nel cassetto" un libro di soggetti mai realizzati come "La ciurma" che divorai letteralmente.
Dopo "Fare un film è per me vivere", questo secondo volume del "progetto Antonioni" comprende una scelta di soggetti di film mai realizzati. "Terra verde", "Stanotte hanno sparato", "Le allegre ragazze del '24", "Makaroni", "Scale", "Un documentario sulla donna", "Il colore della gelosia", "La ciurma", sono testi che rivelano la continua ricerca di Antonioni sui temi a lui più cari e la sua capacità di trasporre in scrittura le immagini. Si riesce dunque, attraverso la lettura di questi canovacci, a seguire alcune linee-guida della poetica di Antonioni.

O come il libro su Michelangelo Antonioni scritto dal mio personale maestro che è Seymour Chatman.
Che altro dire che dopo l'ictus Antonioni ha incontrato un'altro regista dell'anima che è Wim Wenders, un cinemasta complementare che proprio come lui filma per capire e non solo per mostrare.

Il progetto di "Aldilà delle nuvole" segna forse una sorta di testamento spirituale sulle infinite latitudini degli amori di quelli felici, da lui assai poco amati, a quelli assolutamente sofferti, dilanianti.
Lascio in questo post di amore per un maestro un appunto che presi proprio da quel film.
"Quella del regista è una professione molto particolare.
Il nostro sforzo è sempre teso ad assimilare nuovi codici visivi.
Terminata l'opera non abitiamo più nel film.
Siamo degli sfrattati, dei senzatetto esposti agli sguardi, ai sospetti, all'ironia di tutti.
Senza potere raccontare a nessuno la nostra personale avventura che non è registrata nel film né nella sceneggiatura.
Un ricordo.
Ma uno strano ricordo.
Come di un presentimento di cui il film non è che una verifica parziale.
Il rendiconto completo è quello che la nostra coscienza fa quando il peregrinaggio riprende da un luogo all'altro per vedere, interrogare, fantasticare su cose sempre più sfuggenti.
In vista del prossimo film.
Ma noi sappiamo che sotto l'immagine rivelata ce n'è un'altra più fedele alla realtà e sotto quest'altra un'altra ancora, e di nuovo un'altra sotto quest'ultima, fino alla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai".
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Con infinita tristezza nel mio cuore chiudo questo post.
Addio Michelangelo spero di poterti incontrare un giorno, chissà.
Allegate un po' di cose. Fonte Wikipedia naturalmente.
7. Appendici: filmografia, premi e riconoscimenti
Filmografia
Regista e sceneggiatore
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Sceneggiatore
Documentari
Premi e riconoscimenti