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Babel - di Alejandro González Iñárritu

| Titolo originale: | Babel |
| Nazione: | U.S.A. |
| Anno: | 2006 |
| Genere: | Drammatico |
| Durata: | 135' |
| Regia: | Alejandro González Iñárritu |
| Sito ufficiale: | |
| Cast: | Cate Blanchett, Brad Pitt, Gael García Bernal, Mahima Chaudhry, Mahima Chaudhry, Kôji Yakusho, Shilpa Shetty, Lynsey Beauchamp |
| Produzione: | Anonymous Content, Dune Films |
| Distribuzione: | 01 Distribution |
| Data di uscita: | Cannes 2006 27 Ottobre 2006(cinema) |
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
Eugenio Montale
Introduzione
Devo aggiornare il blog per due buoni motivi.
Il primo è che la mia operazione di cataratta è riuscita molto bene e tutto procede per il meglio, grazie a tutti quelli che si sono interessati.
Il secondo è che sono finalmente riuscito a vedere il film Babel, il terzo lungometraggio del regista messicano Alejandro González Iñárritu che avevo già molto apprezzato in 21 grammi.
Capita a volte come capita con cose della vita che si perda l'attimo giusto e certe occasioni svaniscano, fortunatamente non è stato così per questo film.
Ho letto che Alejandro González Iñárritu ha lavorato a lungo come produttore e come DJ della più grande radio rock messicana: WFM.
Ha un senso parlare di contaminazione djistica?
Forse si, se è vero che il cinema di González Iñárritu è un cinema che affronta problematiche d'informazione e di documentazione sociale, etnica, e che esprime, nei suoi eventi e nei suoi esistenti, intime relazioni agli sviluppi storici, sociologici ed antropologici arrivo a dire, ma si, della società contemporanea.
In questo post:
1. Le specificità della struttura narrativa e le innovative soluzioni adottate dal regista per l'utilizzo delle anacronie completive
Lo so che state pensando che questa delle anacronie è un po' una mia fissazione. Magari forse un po' è anche vero ma c'è un motivo.
Il motivo è che quando un regista decide di utilizzare questo escamotage, vuole dire che rispetto ai legami tra storia e discorso dimostra di porsi problematiche d'intreccio di una certa qual complessità.
Complessità, va aggiunto, già di non facile soluzione in fase di definizione dello screenplay, nel caso di specie realizzata dal regista messicano sempre in tandem con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga Jordán, suo fido collaboratore anche nelle precedenti due opere, figurarsi in quella della realizzazione delle riprese e conseguente trasposizione filmica.
Va detto pertanto che Alejandro González Iñárritu dimostra non solo di padroneggiare, e con estrema disinvoltura le problematiche connesse ad un sapiente utilizzo delle anacronie completive, ma di saperlo fare con molta accuratezza, denotando, anche, indiscutibili e notevoli capacità innovative nella loro risoluzione.

Anche lo spettatore meno esperto, infatti, assistendo ad una proiezione di Babel, si rende conto che certi eventi chiave della pellicola si ripetono nel corso dello svolgersi della storia più volte.
Questa ripetizione risulta essere sempre peraltro integrativa e completiva, rispetto alla visione antecedente. Come se l'anacronia non fosse concepita - così come tradizionalmente fatto nel linguaggio audiovisivo attraverso espliciti spostamenti all'indietro (flashback) o in avanti (flash-forward) nell'intreccio narrativo - quanto piuttosto come elemento non lineare, ma progressivo, del racconto usato da González Iñárritu per trasferire allo spettatore un livello più profondo, anche su un piano drammaturgico, di comprensione dello stesso.
In questo svolgimento non lineare, ma ripeto progressivo, dello sviluppo temporale della storia che, come abbiamo compreso, González Iñárritu realizza con estrema chiarezza per lo spettatore, ritengo si debba apprezzare uno degli elementi caratterizzanti lo specifico filmico del suo cinema.
2. Le metafore della incomunicabilità e della solitudine
Assistendo a Babel non si può non rimanere incantati di fronte alla capacità del regista d'intrecciare in poche ore (nel piano di sviluppo della storia, non nella durata del film), vite tanto diverse ed apparentemente tanto distanti tra loro.
Ma esiste un fil rouge che lega tutti gli eventi e gli esistenti del film oltre a quello che appare essere solo una serie interminabile di casi?
Ovviamente si, come in tutte le opere corali, e sono i due temi centrali affrontati dalla/dalle storie:
quasi come se questi due elementi fondanti dell'intreccio fossero, a guardarli bene, un po' l'uno lo specchio ed il dante causa dell'altro.





3. Le specificità dei piani di sviluppo del conflitto
Qui s'introduce di fatto un altro elemento caratterizzante il cinema di González Iñárritu che è il piano, o meglio i piani di sviluppo del conflitto.
Così come nel mondo contemporaneo, dilaniato dai crash tra i fondamentalismi religiosi ed etnici, il conflitto è ormai sempre più ahimè un elemento caratterizzante la difficoltà del dialogo tra le genti, (ed è di oggi l'ennesimo appello del Papa per la Pace nella striscia di Gaza), così parallelamente, nel cinema di González Iñárritu scorrono i conflitti drammaturgici necessari allo sviluppo della storia.
Questi ultimi, come in tutte le migliori sceneggiature, sono sempre agiti su più piani.
Io ho ravvisato un piano etnico.
Le etnie sono in conflitto tra loro, e non è il solito discorso anti-americano trito e ritrito, perché il conflitto è spesso agito nell'ambito della stessa etnia (si prenda ad esempio il comportamento della polizia marocchina nei confronti dei locali).
Ma certo il piano etnico è anche quello dell'informazione dei mass media.
Spesso leggiamo, nella storia del film, distorsioni ai reali accadimenti, così come li ascoltiamo riportati dagli organi di stampa e dalle ambasciate.
Tutto diventa nel film simbolico, metaforico, allegorico, in questa accezione e colpisce pensare che il regista si sia occupato, in prima persona, d'informazione radiofonica nel suo passato.
Altri piani di sviluppo del conflitto sono:
Intra-personali (si pensi a Brad Pitt ed alla moglie, o alla madre messicana ed il suo nipote).
Infra-personali (si pensi a quello che muove all'azione proprio l'esistente di Brad Pitt).
Etici (si pensi alla diversa prospettiva che muove all'azione il padre dei due bambini marocchini rispetto alla polizia).
Volendo se ne potrebbero trovare infiniti altri (morali, sociali, e volendo ripetermi etnici).
Insomma chiudo questo paragrafo confermando che sviluppato il tema del conflitto, tanto più l'opera è da considerarsi di pregio sotto il profilo della definizione dell'impianto narrativo.
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4. Le variazioni del linguaggio audiovisivo in funzione delle diverse ambientazioni geografiche / etniche

Un altro piano che ritengo caratterizzante quest'opera e forse l'intero cinema di González Iñárritu è la capacità di questo regista di girare più film dentro lo stesso film.
Grazie alla competenza acquisita in ordine alle anacronie completive ed alle alchimie nel disassamento tra storia e discorso, González Iñárritu infatti riesce a raccontarci la stessa storia da punti di vista complementari.
Nel fare questo, e per sottolineare questo, cambia, volutamente, le ambientazioni geografiche ed etniche dell'intreccio.
Questa escamotage gli consente non solo di amplificare il senso di allontanamento delle genti (quasi come se una improvvisa forza centrifuga le scaraventasse le une lontane dalle altre), ma, anche, di variare le tecniche di ripresa e le atmosfere del linguaggio audiovisivo.
Personalmente questa la ritengo la cosa che ho maggiormente apprezzato in questo film.
Questa sorta di virtuosismo eclettico negli specifici filmici, mi sia consentito dire, di queste sotto opere (messicana, marocchina, giapponese, americana) è forse la cosa che più ho considerato straordinaria in Babel e peculiare dello stile filmico del regista.
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5. Una Babel evitabile?
Mi sono chiesto, uscendo dal cinema, perché girare un film così apparentemente pessimista sugli uomini e sulla loro reale capacità di comprendersi.
Forse, però, il messaggio verso l'alto dell'opera non è parlarci di questo, forse questo è quello che vediamo continuando a fissare un indice che c'invita di guardare la luna.
Mentre, invece, il film è, alla fine, un grande messaggio di speranza, sia per il catartico finale - in cui tutte le tragedie che sembrava dovessero accadere si risolvono (tranne una: la morte del ragazzo marocchino), con epiloghi assai meno drammatici del possibile - e sia perché l'invito che continuiamo ad ignorare è quello di ascoltarci di più, di compiere quei piccoli passi che creano la concordia, la fratellanza, e che potrebbero pertanto evitare all'umanità dolente del film (che siamo infondo tutti noi), tutta quella dose di sofferenza frutto solo della nostra disattenzione e del nostro egoismo.
Banale, retorico? Forse si ma reale, o meglio realistico.
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6. Controcampo - le voci altre della critica
Il film, presentato all'ultima rassegna di Cannes, ha diviso la critica.
Secondo i detrattori della coppia Iñarritu/Arriaga la tensione emotiva dell'opera lascerebbe troppo spazio a una programmatica cerebralità, a un estetismo fin troppo raffinato e compiaciuto, e ad una costruzione macchinosamente architettata in cui nulla può essere lasciato al caso (anche a costo di forzare i legami tra le storie: vedi l’episodio giapponese).
Questo, di contro, è il momento delle storie corali che piacciono a Hollywood, (ma anche al pubblico), a giudicare, anche, dal successo del pluripremiato Crash di Paul Haggis, altra (sempre secondo i detrattori) artificiosa e meccanica degenerazione della coralità sbandata e alla deriva dell’America oggi altmaniana.
Ragione in più per per cui noi, ovviamente, non siamo d'accordo con loro e difendiamo tanto Guillermo Arriaga Jordán / González Iñárritu quanto Paul Haggis.
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